Quando un cactus o una succulenta iniziano a stare male, il primo sospettato è quasi sempre l’acqua. Subito dopo arriva il verdetto rassicurante: “Il terriccio è quello giusto”.
Ed è proprio qui che si nasconde uno degli errori più comuni e più pericolosi nella coltivazione delle piante grasse.
La verità è semplice ma spesso ignorata: non esiste un terriccio giusto in assoluto.
Esiste il terriccio giusto per quella pianta, in quelle condizioni, in quel clima e in quel tipo di coltivazione.
Molti hobbisti usano lo stesso substrato per tutti i cactus e tutte le succulente, convinti che “basta sia drenante”. Ma cactus e succulente non sono un gruppo omogeneo. Provengono da ambienti molto diversi: deserti rocciosi, savane, pendii montani, foreste tropicali epifite. Pensare che possano vivere tutte nello stesso terriccio è come coltivare orchidee e ulivi nello stesso suolo.
Il classico esempio è il terriccio universale mescolato a un po’ di sabbia. Sulla carta sembra drenante, ma nella realtà trattiene umidità troppo a lungo, soprattutto in vaso. Alcune piante resistono per un po’, altre collassano rapidamente. Il problema non è che il terriccio sia “sbagliato”, ma che è sbagliato per quella specie.
Un cactus globoso da ambienti aridi ha bisogno di un substrato prevalentemente minerale, povero di sostanza organica e capace di asciugarsi rapidamente. Una succulenta da ambienti più temperati o costieri può tollerare una quota organica maggiore. Un cactus epifita, invece, soffrirà in un terreno troppo compatto e minerale. Stesso terriccio, risultati opposti.
Questo errore diventa ancora più grave quando si coltiva in casa. Luce ridotta, temperature stabili e ventilazione limitata rallentano l’asciugatura del substrato. Un terriccio che all’esterno funziona bene, in casa può diventare una trappola per le radici. Il cactus non muore subito: deperisce lentamente, fino a quando il danno è irreversibile.
C’è poi un altro aspetto spesso trascurato: le radici non servono solo a bere. Devono respirare. Un substrato troppo fine, compatto o ricco di torba riduce l’ossigenazione radicale, favorendo marciumi anche con poche annaffiature. Ed ecco perché tanti cactus “muoiono anche se annaffiati poco”.
Il punto chiave è questo:
🌵 non si sceglie il terriccio prima
🌵 si sceglie la pianta, poi si costruisce il substrato intorno a lei
Capire l’origine, l’ecologia e le esigenze radicali di una specie è molto più importante che seguire una ricetta standard.
Quando il terriccio è davvero adatto alla pianta, l’acqua smette di fare paura, le radici funzionano meglio e il cactus smette di “resistere” per iniziare a vivere davvero.


