I BIOSENSORI

Un settore delle biotecnologie che ha ricevuto un forte impulso e suscitato il vivo interesse della comunità scientifica internazionale è rappresentato dalla produzione di biosensori.

Microrganismi viventi (o loro enzimi ed organuli) sono collegati ad elettrodi, in modo che le reazioni biologiche siano convertite in correnti elettriche mediante l’azione di questi biosensori.

Sono stati fabbricati dei biosensori per la misurazione di componenti specifiche nella birra, per il monitoraggio degli inquinanti, per la rilevazione dei composti che conferiscono sapore al cibo e per lo studio dei processi ambientali, come l’alterazione dei gradienti di concentrazione dei biofilms.

E’ possibile misurare la concentrazione di sostanze a partire da ambienti molto differenti.
Alcune applicazioni riguardano il riconoscimento di glucosio, acido acetico, acido glutammico. etanolo e il fabbisogno di ossigeno per le reazioni biochimiche.

Questi biosensori serviranno per il riconoscimento di patogeni, erbicidi, tossine, proteine e Dna.

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​L’immunità e l’organizzazione all’interno delle api

L’organizzazione delle api può interagire con numerose variabili epidemiologiche. I patogeni possono diffondersi direttamente per la vicinanza spaziale e per i contatti tra le api, ma anche indirettamente per la condivisione della superficie del nido.
Recentemente si è scoperto che per controllare il tasso di possibile contagio, i contatti tra i vari membri siano regolati e limitati al massimo.
Le bottinatrici più esposte ai patogeni sono confinate ai margini del favo, mentre il nucleo è caratterizzato da api giovani e dalla regina, circondate da api giovanissime e da quelle anziane che la schermano.
Se le operaie nutrici contraggono Nosema smettono immediatamente la cura della regina e iniziano a bottinare, riducendo la possibilità di infettare altre nutrici e la stessa regina.
Invece le api bottinatrici che interrompono la loro attività e tornano a svolgere un ruolo all’interno del nido riacquistano una discreta immunocompetenza.
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#api #difesa #micronaturale #immunita’

​IL CONTROLLO MICRONATURALE DELL’ERIOFIDE DEL MELO

Eriofide di colore giallo Bruno, comune nei meleti, ma raramente dannoso, infesta la pagina inferiore delle foglie in primavera ed estate. Le alterazioni consistono in variazioni cromatiche Delle foglie che appaiono macchietta te, argentate, in ripiegamenti verso l’alto della lamina fogliare, atrofia Delle gemme apicali, rugginosita’ dei frutti.

Ricetta per il controllo dell’eriofide
In 10 litri di acqua calda
– 200g di tanaceto

– 200g di felce

– 100g di timo

– 100g di salvia

– 300g di rafano.
Tritare il tutto
Porre in acqua a 28°C per 4 giorni e filtrare
Per 1 litro di prodotto
– 300 ml del mix

– 150 ml Symbac  ( Gea difesa) o Ema 

– 250g di chabasite micronizzata
Spruzzare sulle piante una volta ogni 10-15 giorni
Per protocolli specifici contattatemi direttamente
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#eriofide #controllo #micronaturale #difesa

​LA PIANTAGGINE, UNA PIANTA DALLE PROPRIETÀ ANTINFIAMMATORIE

La plantago major oltre ad avere proprietà antinfiammatorie e antiallergiche, ha anche azione diuretica e depurativa

I suoi principali costituenti sono glucosidi iridoidici, flavonoidi, acidi polifenolici, cumarine, alcaloidi.
È indicata nelle infezioni dell’apparato respiratorio, gastroenterico, e Delle vie urinarie, nella dermatosi e per le allergie cutanee.
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#piantaggine #micronaturale #apparatorespiratorio #cura

La decontaminazione dei pfas con i microrganismi

I microrganismi possono essere davvero una strategia importante nella decontaminazione dei suoli e delle acque. Io nasco come tutti sanno ricercatore in agricoltura, da anni mi occupo di tecniche che possano garantire una riduzione della chimica di sintesi per la coltivazione e la difesa delle piante. Ho ottenuto molti risultati e glorificazioni. Ma non è questo l’importante.

La microbiologia mi ha permesso di avvicinarmi a tutti i settori ambientali, l’agricoltura, l’apicoltura, la zootecnia, il risanamento ambientale, quando si parla di microbi sono tutte collegate.

Ho fatto tantissime prove più di 700 ormai (e anche se molti sono scettici o dubitano delle mie sperimentazioni, io non voglio e non cerco l’approvazione di nessuno), posso dire che in tanti anni di lavoro, ormai credo di aver capito come funzionano certi meccanismi biologici.

Nelle interviste hanno detto che appartengo a Università e a Centri di Ricerca, io sono invece un semplice ricercatore (per i titoli ma soprattutto per la passione) precario da 15 anni, siciliano doc, che cerca in natura la soluzione ad alcuni problemi che l’uomo provoca all’ambiente.

Non voglio passare per Salvatore della Patria, perchè non lo sono, sono invece un semplice ragazzo che sta cercando da solo con passione e determinazione le risposte, alle domande che molte persone vogliono.

Non lo faccio nè per soldi, nè per la gloria, come qualcuno pensa, e finire sui giornali e sulle tv mi fa soltanto sorridere.

Ci sono tantissime ricerche soprattutto americane e giapponesi che trattano dell’uso dei microrganismi per la decontaminazione di varie sostanze pericolose per l’uomo e l’ambiente.

Le tecnologie microbiche sono le più utilizzate perchè sono l’unico mezzo per trattare superfici cosi’ vaste e in molti casi hanno ottenuto bellissimi risultati. Si può lavorare con ceppi già conosciuti, ipotizzando il loro meccanismo di lavoro, o selezionare sul luogo inquinato (visto che probabilmente la risposta si trova proprio li).

La selezione naturale fa si che nei luoghi inquinati possano adattarsi e svilupparsi solo quei ceppi in grado di utilizzare quel contaminante come fonte energetica, molti sviluppano dei recettori di membrana per utilizzare i metalli pesanti per la loro respirazione.

Solitamente il problema principale quando si lavora con queste cose è adattare la tecnica sviluppata in condizioni controllate, in ambienti dove è alta la competizione e dove nutrienti e le temperature sono variabili. Ciò non vuol dire che la metodologia non funziona, ma soltanto che bisogna studiare e applicare il tutto al luogo dove si lavora.

Cosa possono fare i microrganismi col contaminante?

  • trasformarle in minerali elementari
  • incapsularli e renderli inerti
  • diventare parte strutturante del batterio che alla sua morte viene mangiato da un altro batterio
  • vengono legati ai recettori di membrana in siti specifici e utilizzarli per la respirazione
  • ossidarli e ridurli e renderli inerti
  • ossidarli e ridurli aprendo la strada all’utilizzazione da parte di altri microrganismi
  • trasformarli in co2

 

Io come molti sanno solitamente uso la bioconfusione e il cometabolismo, i microrganismi mentre mangiano un nutriente da me fornito in dosi variabili e in periodi definiti, non riconoscono il contaminante e senza saperlo lo degradano.

Il tutto sta nello studiare il luogo dove si vuole applicare la tecnica. Numerosi sono gli articoli che parlano di ceppi utilizzabili per queste cose, meglio ancora se si potesse andare nel sito inquinato a selezionare i ceppi d’interesse.

Ci tengo a dire solo una cosa, a me la pubblicità non interessa, meno si fa il mio nome meglio è, non m’interessano i finanziamenti, ho la gente che mi aiuta ad andare avanti, non m’interessano le collaborazioni o meglio voglio collaborare con persone che hanno i miei valori e la pensano come me. Non è un giornale che può dire chi sono,  come lavoro e come la penso, ma le migliaia di persone che tutti i giorni mi scrivono e mi chiamano, loro si. E io li ringrazio di cuore.00050006

Utilizzo dei microrganismi EM in agricoltura naturale. La nuova frontiera per il risanamento del suolo agricolo.

Articolo del dr. Prisa pubblicato sulla rivista Aromatario di Gennaio 2017.0001000200030004